Sono tante le aziende e società che hanno scritto tempestivamente al Congresso americano per opporsi al nuovo Project IP Act, il disegno di legge che una volta approvato permetterebbe di chiudere tutti quei siti web che risultano coinvolti in azioni di pirateria o di violazione della proprietà intellettuale.
"Questo disegno di legge imporrebbe agli Isp di eliminare gli Url dal web, sistema che è anche conosciuto come censura, l'ultima volta che ho controllato".
Con queste parole un Larry Page indignato ha aperto la battaglia contro un provvedimento che a detta della Rete non può essere approvato.
Secondo Google, Facebook, Twitter, LinkedIn, eBay, Mozilla, Yahoo, AolZynga e molti altri ancora questa proposta di legge metterebbe "a serio rischio i continui passi avanti innovativi e la creazione di posti di lavoro nell'industria, così come la sicurezza sul web". La soluzione non dovrebbe essere la censura che in questo modo metterebbe in pericolo la stabilità anche di quelle società che già si impegnano contro la pirateria ma che non possono avere l'assoluto controllo di tutto ciò che avviene all'interno delle proprie property.
Se questo provvedimento passerà salterà automaticamente anche ciò che negli Stati Uniti è stato definito come porto sicuro, ossia le agevolazioni date ai fornitori di servizi Internet per proteggerle da eventuali azioni legali. Google è stata fra coloro che si sono rifugiati in questo porto avviando senza più preoccupazioni i servizi di blogging: nel caso di violazione di proprietà intellettuale doveva limitarsi a cancellare i contenuti a seguito della segnalazione dell'autore originale "derubato", scongiurando così una causa o altri provvedimenti legali.
Sono quindi i porti sicuri che anche a fronte di leggi severe contro la pirateria hanno comunque permesso all'industria tecnologica online di andare avanti e continuare nel processo di miglioramento e di evoluzione: con l'approvazione del Protect IP Act i giganti - e così anche i più piccoli - saran o invece coinvolti a concentrare gran parte dei propri sforzi nello scandaglio della Rete per monitorare gli utenti e scovare eventuali pirati informatici.
I big di Internet si sono quindi mobilitati attraverso l'American Censorship Day, un sito nato con il solo obiettivo di opporsi alla censura sul web e il particolare della Sopa (Stop Online Piracy Act), una sorta di testo sacro scritto il 26 ottobre scorso per tutelare il diritto d'autore ma che di fatto mette a rischio l'industria del web a tutto tondo.
Ribattezzata come E-Parasites Act (Enforcing and Protecting American Rights Against Sites Intent on Theft and Exploitation) e paragonata al Protect IP Act sul qual si è basata, è ancora più ristrittiva con sanzioni severissime che arrivano fino a 5 anni di carcere per chi pubblica un link "sporco" che potrebbe essere la sola condivisione di un brano preso da YouTube e pubblicato sul proprio wall di Facebook. La vita per i social media diverrebbe quindi impossibile ma allo stesso modo diverrebbe faticosissima anche per gli utenti con il continuo terrore di finire in galera o di essere incriminato per qualche effrazione che non sapevano nemmeno di aver commesso.
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alle 00:30
aldo
Spero proprio che questa cosa non abbia consenso e che, in caso contrario, possa esserci una campagna solidale contro questa sorta di censura discriminatoria, attraverso i mezzi che la rete può offrire.