Enel lo dice chiaro e tondo: se sgarri su alcune semplici regole e lavori per noi non solo rischi il licenziamento ma anche ripercussioni sul piano legale.
Le regole d'oro si riferiscono al comportamento dei propri dipendenti sui social network. Niente sorprese dunque per chi dovesse trovarsi recapitata una lettera da parte dell'ufficio del personale che severamente lo invita a lasciare l'azienda ma patti chiarissimi, scritti in nero su bianco nella sorta di decalogo comportamentale che ha sottoposto e fatto sottoscrivere a ogni lavoratore.
Oltre ad evvertirli del fatto che tutto ciò che va in Rete come dati personali e foto può circolare per molto tempo e essere utilizzato e scambiato anche da terzi, l'avvertimento più importante riguarda il comportamento e il linguaggio dei dipendenti quando si riferiscono al Gruppo.
In sostanza l'Enel non si può screditare.
Nel caso ciò dovesse avvenire, l'autore del commento dovrà obbligatoriamente dichiarare di essere un dipendente e che l'opinione espressa è del tutto personale.
Un passo avanti nella comunicazione online per mano delle aziende invece viene compiuto leggendo la regola che impone che "nelle discussioni virtuali non devono essere modificati o eliminati gli interventi precedenti espressi da altri soggetti anche se non conformi al vero, ovvero in contrasto con la linea aziendale, ed è necessario comportarsi in modo trasparente qualora siano revisionate in qualsiasi modo informazioni presenti on line". Se non altro la censura abbiamo capito che è cosa d'altri tempi e che in ogni caso si ritorce sempre sull'azienda screditandola agli occhi di clienti e utenti.
Infine, è richiesta assoluta privacy sui "nominativi di dipendenti, clienti, partner o fornitori" che non possono essere menzionati.
Niente di tragico, ma sapendo che alla prima distrazione è possibile essere licenziati e ancor peggio essere chiamati in giudizio, la voglia di sfogarsi su Facebook, Twitter o altri social network per descrivere la propria giornata lavorativa infernale tutto a un tratto passa. Meglio raccontare dei problemi con il traffico o dell'arrosto che si è bruciato, forse.
In effetti non è la prima volta che leggiamo di dipendenti mandati a casa per aver detto una o più parole di troppo sui social network. Lo abbiamo letto spesso sui giornali ma chiunque ha lavorato in un'azienda è probabile che lo abbia vissuto in prima persona. Anche io stessa nel corso degli ultimi anni ho visto fare diverse ripercussioni sui miei colleghi e su di me.
Prima la pietra dello scandalo era il blog, dove aziende e capi andavano a ficcare il naso per indagare sulla tua vita e sul perché ti eri presentato in ufficio con le occhiaie. Adesso basta aprire Facebook e in un attimo lo spaccato della vita fuori dalle vesti giacca e cravatta viene fuori in un attimo.
Enel però, ha fatto una promessa e l'ha inserita nel piccolo vademecum del perfetto comportamento di azienda e dipendenti: ciò che è privato resta privato e in nessun modo verrà spiato o preso in considerazione per valutare un possibile candidato. Ecco qui la fedele promessa nella quale esclude "qualsiasi utilizzo dei social network per verificare o completare le informazioni fornite dai candidati all'assunzione o per qualsiasi indagine sulle idee, preferenze, gusti personali e vita privata dei collaboratori".
Ci fidiamo? Provare per credere, e se va la sentite nel frattempo visitate la pagina Enel Sharing su Facebook. In teoria finché non siete dipendenti, non rischiate, e in ogni caso assunto o meno, uomo avvisato mezzo salvato.
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