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Cortocircuito Facebook tra account cancellati e Cina Virtuale: intervista a Vittorio Zambardino

Eleonora Bianchini avatar Mercoledì 3 Giugno 2009, 15:03 in Interviste di Eleonora Bianchini
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"Nulla di nuovo, purtroppo, non sono che uno dei tanti cui Facebook ha cancellato l’account senza alcun “warning” o avviso preventivo: centinaia di messaggi personali, decine di testi e foto, 859 contatti. Il tutto senza dare spiegazioni, senza dirmi il motivo del provvedimento. Ho perciò deciso di fare di questa vicenda il terreno di una battaglia non personale ma di diritto. Non si tratta di riavere indietro le mie poche carabattole digitali. E’ una questione di trasparenza e di legalità negate".

Vittorio Zambardino, giornalista e blogger di Repubblica.it, dava notizia il 4 maggio scorso della disabilitazione del suo account su Facebook - poi riabilitato - avvenuta il primo maggio. Un aut aut comunicato da una notifica automatica che solleva numerosi problemi nati ed esplosi sui social network. Ne abbiamo discusso insieme a Vittorio. 

Partiamo da Facebook e dal tuo caso. Negli ultimi mesi gli episodi di sospensione e cancellazione di account senza evidenti o motivate ragioni di violazione sono stati numerosi. Credi che in futuro ci saranno figure preposte al controllo di ciò che viola la legge nei social network?

Non mi pare ci sia segno di un ravvedimento da parte di Facebook.

Nei giorni scorsi gli interessati mi hanno segnalato la disabilitazione di un account sulla cui pagina stavano girando annunci pagati alla concessionaria pubblicitaria di Facebook stesso. Questi software di controllo sono decisamente in difficoltà ma si finge che non sia così.

E' paradossale che democrazia e partecipazione in Rete si scontrino con censure e sospensioni di account immotivate. Credi sia inevitabile o si arriverà un corto circuito?

Circola un'idea assai strampalata: che le regole sulla libertà di espressione possano essere regolate dalla policy interna di una piattaforma di social network.

Cosa significa?

Che i termini d'uso dovrebbero prevalere su un diritto che, nella gerarchia che nella giurisprudenza c'è sempre, sta alcuni chilometri più sopra. Dico, siamo impazziti?

Ovviamente esiste il problema, sia tecnologico che "politico", della moderazione di un dibattito cui partecipano milioni di voci, che non può essere opera di umani.

Essere d'accordo che il problema esista è quasi banale. Ma è molto banale e criminale chiedere alle persone di rassegnarsi all'arbitrio che dovrebbe reggere in piedi il sistema. Il punto è che Facebook e organizzazioni consimili hanno già staff che lavorano ai settaggi e alla gestione dei software automatici, di automatico in modo puro c'è assai poco. E questo best kept secret nessuno può azzardarsi a toccarlo, si viene sprangati dagli entusiasti e dai talebani se solo si ipotizza che le cose stiano in questo modo.

Facciamo un esempio: su YouTube, se gli utenti segnalano tre volte un video che non ritengono appropriato, quel video viene cancellato in maniera arbitraria. Quali sono i limiti del potere all'utente per la valutazione dei contenuti?

Questa storia delle segnalazioni di inappropriatezza è davvero una faccenda infame della società digitale. Se non ci si rende conto che questi meccanismi, oltre che tecnicamente fragili, sono culturalmente criminali, davvero si prende una brutta piega.

Ma chi decide come si modera la discussione sui grandi numeri?

Se si portasse tutta questa robaccia davanti a un tribunale americano, invocando la Costituzione degli Usa, ce ne libereremmo in poco tempo. Tutta la faccenda non si regge in piedi sul piano giuridico, in nessun ordinamento democratico: e non venitemi a dire che lo spazio di internet non può essere normato, perché questo significa solo che lo normerà il più forte per conto di tutti. Io non voglio utilizzare un sistema dove vige una Cina Virtuale. E non voglio andarmene: sono loro che devono piegarsi al diritto, non viceversa.

Alla fine, vista l'attenzione piovuta sul caso, il tuo account è stato riattivato nonostante non siano state fornite né le ragioni del cancellamento né della riammissione nel social network.

Ragioni ne sono state fornite, ma infondate: avrei attivato software per ricaricare le pagine troppo di frequente. E' una balla. Ma il punto è che mi hanno risposto e riabilitato solo perché qualcuno dall'Italia ha segnalato che avevano buttato fuori "quello sbagliato", mentre altri, meno "visibili" di me, restano senza risposta e senza riabilitazione.

Quindi torna al centro il dialogo con gli utenti. Per quanto ancora i social network potranno permettersi di non dare spiegazioni agli utenti?

Mi pare che la mancanza di un punto di dialogo con le persone iscritte sia la carenza più grave in assoluto di tutto il sistema. Qui non siamo di fronte a un'azienduccia da garage: se si hanno undici milioni di utenti in un paese, ci si pone il problema di dialogare con questa gente. Solo un impasto di arroganza e ignoranza può dar luogo a una decisione diversa.

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09 Giu 2009
alle 16:37

marco

buon giorno anchio sensa motivo apparente mi anno disconesso perce......

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